About. Ovvero una spiegazione autorevole dello scrivere.
“Ho cominciato a scrivere a otto anni: di punto in bianco, senza un esempio ispiratore. Non avevo mai conosciuto qualcuno che scrivesse, anzi conoscevo pochi che leggessero. Ma sta di fatto che solo quatto cose mi interessavano: leggere libri, andare al cinema, ballare il tip tap e fare disegni. Poi un giorno mi misi a scrivere, ignorando di essermi legato per la vita a un nobile ma spietato padrone. Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è intesa unicamente per l’autoflagellazione.
Ma ovviamente non lo sapevo. Scrivevo storie di avventure, racconti gialli, scenette comiche. Episodi che mi erano stati narrati da ex schiavi e da reduci della Guerra Civile. Era molto divertente, all’inizio. Smise di esserlo quando scoprii la differenza tra scrivere bene e scrivere male, e poi feci una scoperta ancor più allarmante: la differenza tra un ottimo stile e la vera arte; è sottile ma feroce. E allora calò la frusta!
[…]
Pure non parlai mai a nessuno di ciò che scrivevo; se qualcuno mi domandava cosa combinavo in tutte quelle ore, rispondevo che facevo i compiti. In realtà non ho mai fatto un compito. I miei impegni letterari non lasciavano margini: il noviziato innanzi all’altare della tecnica, del mestiere; le diaboliche complessità dei paragrafi, della punteggiatura, del dialogo.
Per non parlare della struttura globale, l’ampio arco impegnativo di inizio-centro-fine. C’erano tante cose da imparare, e da tante fonti: non solo dai libri ma dalla musica, dalla pittura, e dalla semplice osservazione quotidiana.
In realtà le cose più interessanti che scrissi a quei tempi erano le semplici osservazioni quotidiane che annotavo nel mio diario. Descrizioni di vicini di casa. Lunghi resoconti, parola per parola, di conversazioni ascoltate. Pettegolezzi locali. Una specie di cronaca, un modo di “vedere” e “sentire” che in seguito mi avrebbe fortemente influenzato, anche se allora non ne ero consapevole, perché tutta la mia produzione “formale”, che limavo e battevo accuratamente a macchina, era più o meno di fantasia”.
Da la Prefazione di “Musica per camaleonti” di Truman Capote
